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L’italiano che viene da lontano. Convegno a Roma su scritture migranti, plurilinguismo e intercultura

Per Simonetta Pitari

 

“Lì, alla congiunzione delle culture, le lingue s’impollinano reciprocamente e sono rivitalizzate”. Così Gloria Anzaldua, scrittrice chicana al confine fra Usa e Messico. Una particolarissima letteratura di frontiera quella di Anzaldua, ma forse possiamo prendere a prestito le sue parole per rimarcare la capacità straordinaria delle lingue e delle culture di contaminarsi in modo assai fecondo quando entrano in contatto, ibridando e al contempo creando qualcosa di nuovo. Nella parola e nella visione del mondo. La parola che si plasma dall’incontro tra culture.. Che apre all’incontro con altri mondi, “creolizzandoli”.

Le scritture migranti sono feconde artefici di questo processo. In esse vi è una continua mediazione tra la lingua madre e la lingua adottiva. Utilizzando la lingua del paese in cui vivono gli scrittori e le scrittrici migranti “la piegano al ‘loro’ dolore, alla ‘loro’gioia, attingendo alla propria cultura orale, al proprio lessico”, ha scritto Clotilde Barbarulli, ricercatrice del Cnr che si occupa di scritture femminili e di intercultura. Un modo, insomma, “di scrivere tra più lingue e culture, in una erranza che, senza annullare il luogo da cui si articola la parola, si apre al polimorfismo della totalità-mondo”.

E’ quanto avviene anche nei migranti nel nostro Paese che hanno scelto di scrivere in italiano. E’ quanto avviene negli “italiani per vocazione”, per citare un’antologia di racconti di scrittori migranti - una schiera in crescita - che hanno scelto la nostra come lingua letteraria. Un italiano che viene da lontano il loro.

E “L’italiano che viene da lontano. Scritture migranti, plurilinguismo e intercultura” è il convegno che si è svolto a Roma, presso la Biblioteca statale A. Baldini, promosso nell’ambito delle iniziative realizzate in questi giorni per celebrare la Giornata mondiale Unesco del libro e del diritto d’autore

Un convegno al quale la Presidenza della Repubblica ha fatto pervenire un messaggio di auguri e di adesione e al quale ha portato il saluto Luciano Scala, direttore generale per i Beni librari e gli Istituti culturali del Ministero per i Beni e le Attività culturali (che, aderendo alle iniziative Unesco, ha promosso il convegno insieme al Sindacato Nazionale Scrittori e alla Biblioteca Baldini, diretta da Silvia De Vincentiis). Scala ha colto l’occasione per sottolineare la rilevanza dell’appena nato Istituto per il Libro, che ha come obiettivo principale di ideare e coordinare progetti nazionali, interagendo con Comuni, Province, Regioni, biblioteche pubbliche, associazioni culturali e professionali, organi di informazione e coinvolgendo tutti i soggetti legati alla filiera del libro. Compresi, ovviamente, i lettori. Molti gli eventi legati a Torino e Roma, capitali del libro fino al 23 aprile 2007, e le manifestazioni in programma il prossimo ottobre con il fine di creare appuntamenti stabili, strutturati nel tempo e sul territorio e rivolti ad un pubblico il più vasto ed eterogeneo possibile.

Tornando al tema del convegno, essere scrittore migrante è “camminare e parlare tra i mondi e le lingue” per usare una felice espressione del prof. Armando Gnisci, comparatista alle Università di Roma e Venezia. Ideatore nel 1997 di “Basili”, banca dati in continuo aggiornamento sugli scrittori immigrati in lingua italiana (http://cisadu2.let.uniroma1.it/basili), alla quale si è affiancata una rivista, “Kúma”, che presenta testi letterari inediti, saggi, bibliografie, notizie su arti e culture della migrazione. “Kúmá” nella lingua bámbara dell’Africa occidentale subsahariana, significa “parola”. E “Kumacreola” è la collana riservata a testi letterari di scrittori migranti che scrivono in italiano e a studi interculturali, che Gnisci ha ideato e dirige per conto dell’editore molisano Cosmo Iannone (nella collana stanno per essere pubblicati il romanzo “500 temporali” della brasiliana Christiana de Caldas Brito e “Occhio a Pinocchio” della slovacca Jarmila Ochkayovà).

Progetti e iniziative nell’ottica di lavorare “non sugli scrittori e le scrittrici migranti ma insieme a loro”, come ha tenuto a precisare intervenendo al convegno lo stesso Gnisci. Che ha curato anche un volume antologico di prossima uscita nelle librerie: “Nuovo Planetario italiano” (edizioni Città aperta). Volume composto da molte mani, che “ho immaginato e curato affinché possa diventare un primo bilancio attendibile e sicuro del nostro cammino insieme agli scrittori migranti in Italia e in Europa”.

L’importanza di lavorare non “su” ma “con” gli scrittori migranti, di non vederli insomma solo come oggetti accademici, è stato ribadita dalla coordinatrice del convegno, Tiziana Colusso, responsabile esteri del Sindacato Nazionale Scrittori e autrice di narrativa, poesia e testi di “teatro poetico” (tra le sue pubblicazioni, “Italiano per straniati”). Lavorare “con”. Principio basilare. Come conferma anche l’imminente partenza per Il Cairo per portare avanti un progetto del Sindacato con gli scrittori egiziani.

Il prof. Giuseppe Castorina, che dirige il Dipartimento di lingue per le politiche pubbliche all’Università La Sapienza, presiede anche l’associazione Eurolinguistica sud (http://www.eurolinguistica-sud.org) che tra i suoi obiettivi pone la promozione dello studio del plurilinguismo come oggetto di ricerca, lo studio e le tipologie di contatto fra le lingue europee e le minoranze, e tra le lingue europee e il mondo, e la promozione di programmi plurilinguistici di apprendimento linguistico. Castorina, convinto assertore di una linguistica “dal volto umano”, ha posto l’accento sulla rilevanza delle lingue, e della linguistica, per lo sviluppo delle società, sulla “interazione con l’altro”, sulle esperienze multiculturali. E sulla profonda interazione tra il livello di conoscenza della propria lingua e la capacità di individuare convergenze con le altre lingue, apprezzandone anche le divergenze. In poche parole, “amando la propria cultura e la propria lingua, si possono apprezzare e amare le altre culture e le altre lingue”. Come esempi di interazione, di esperienze multiculturali, di scritture migranti che arricchiscono la visione del mondo, Castorina ha citato due illustri figli di emigrati italiani in Canada: Joe Fiorito e Penny Petrone. Il primo (di origine molisana ma nato nell’Ontario), giornalista e scrittore, è autore di libri come “Le voci di mio padre”. La seconda (di origine calabrese, scomparsa lo scorso anno a 81 anni), iniziò con importanti saggi sugli aborigeni del Canada come “First People, First Voices”. Penny ha vissuto la lacerazione dell’essere, come scrisse, “ad un tempo ubbidiente figlia calabrese e giovane canadese”. Lacerazione e desiderio di essere accettata nella società pesarono anche sulla scelta di cambiarsi il nome (Serafina) in Penny. “Decisi di cambiarmi il nome di battesimo. In qualsiasi modo esso venisse pronunciato o scritto, io portavo un nome disprezzato in un Paese di lingua inglese” . Fiorito e Petrone: due figli di emigrati che hanno dato un grande contributo culturale al Canada.

E il prof. Norberto Lombardi, responsabile del Forum per gli italiani nel mondo, ha parlato di “italiano che viene da lontano” da conoscitore delle realtà delle nostre comunità nel mondo. Lombardi (anche direttore del Centro studi molisani nel mondo e direttore delle collane di emigrazione della Cosmo Iannone) ha osservato come gli scambi culturali e linguistici costituiscano “un grande valore”, e ricordato come i migranti che approdano da noi, esattamente come i nostri nel mondo, fecondino felicemente le culture. Un potenziale sul quale lavorare. Per capire la transizione che stiamo vivendo da paese di emigrazione a paese di immigrazione, per recuperare la nostra storia ma anche per sviluppare percorsi di integrazione delle nostre comunità nel mondo e degli stranieri nel nostro paese. Facendo tesoro delle esperienze delle nostre collettività inserite in contesti molto diversificati. Identità e cittadinanza sono nodi cruciali nelle esperienze migratorie. E se nel nostro Paese viene riconosciuta piena cittadinanza a chi vive all’estero e magari non è mai stato in Italia , “non è concepibile un sistema che invece neghi pienezza di cittadinanza agli stranieri in Italia”.

Uno che vive sulla propria pelle la negazione di questi diritti è Amara Lakhous, scrittore e giornalista algerino che vive in Italia dal ’95 (è stato un esiliato politico per più di otto anni). Lakhous si definisce “uno che vive alla periferia della polis” in quanto non ha cittadinanza piena, non ha diritto di voto, deve fare i conti con le pratiche per i permessi di soggiorno e altre difficoltà, pur vivendo, lavorando e pagando le tasse in Italia.

Ma Lakhous è anche uno che vive alla “periferia culturale e linguistica” in quanto “scrivo in arabo e poi riscrivo in italiano”. Lo prova il romanzo uscito nel 2003 in Algeria con il titolo “Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda” e poi interamente riscritto in italiano dall’autore e pubblicato a Roma nel 2006 con il titolo “Scontro di civiltà per un ascensore Piazza Vittorio” (Edizioni E/O). Lakhous è anche uno scrittore “vulnerabile” perché “non ho la certezza della lingua” e perché registra difficoltà a raccontare una realtà nella quale vive solo dal ‘95: sente che gli manca “la memoria storica” del Paese che lo ha accolto e nel quale ambienta i suoi lavori.

Lo scrittore algerino vive a Roma, una città che da tempo lavora per l’integrazione dei migranti, per la loro inclusione, considerandoli elemento vitale per la coesione sociale e lo sviluppo economico delle società attuali. Un assaggio di ciò che il Campidoglio sta facendo in questa direzione è stato fornito da Paola Gabbrielli. La consulente per l’intercultura dell’Assessorato alle politiche educative e scolastiche ha ricordato che ormai da una quindicina di anni il Comune agisce seguendo una sorta di “strategia della inclusione” che si concretizza in interventi su vari fronti. Nel mondo della scuola, con progetti, iniziative e servizi rivolti a tutti gli istituti della capitale al fine di costruire una “società interculturale” e non semplicemente multietnica. Sul fronte della cittadinanza: istituiti i consiglieri aggiunti che però non hanno ancora diritto di voto) e la consulta per la rappresentanza delle comunità straniere. Sono stati inoltre creati “Poli Intermundia” (per il momento 5 ma la rete sarà presto allargata a 19, un Polo per ogni municipio). Sono centri che svolgono attività di educazione interculturale attraverso progetti e momenti di incontro non solo tra scuole, ma anche tra adulti, associazioni, soggetti che si occupano di migranti, di diritti umani, di solidarietà. I Poli hanno attivato iniziative diverse: insegnamento dell’italiano ad alunni ed adulti, sportelli di informazione e di ascolto, attività culturali in dimensione multi ed interculturale, laboratori, centri ricreativi estivi. Da non dimenticare poi “L’italiano che mi serve”, progetto rivolto agli adulti. Iniziato nel 2002, ha lo scopo di favorire l’acquisizione dell’italiano funzionale di adulti migranti e italiani iscritti ai centri. Dallo scorso anno corsi sono stati attivati anche nei sette Istituti carcerari di Roma. “L’Italiano che mi serve” coinvolge circa 600 corsisti di cui il 13% italiani.

Infine, tra le altre iniziative ricordiamo “Intermundia”, grande appuntamento interculturale che quest’anno giunge alla nona edizione. La festa, nei giardini “Nicola Calipari” a Piazza Vittorio, si terrà dal 15 al 20 maggio. Una festa, come ha ricordato Paola Gabbrielli, fatta da italiani e migranti. Trentamila persone che fanno cose insieme. Non è davvero poco.

Fonte: INFORM - N. 87 - 28 aprile 2006



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